E partire dopo il caffellatte

La sveglia sul tuo cellulare. Il tuo braccio intorno alla mia vita. Un sussulto nella pancia. Tra le pieghe del piumone bianco cerchi i miei piedi. Provi a sfilarmi i calzini, mi sembra di sentirti. Provi a sfilarmi i calzini e i miei piedi scivolano via infreddoliti. So che non ti piace dormire coi calzini. Ma a me si. Apro appena gli occhi, gli istanti necessari a riempirmi lo sguardo dei libri sulla mensola lì di fronte a me. La mensola bianca su cui è poggiato il tuo cappello.
Il cappello. Quello che tanto desideravo, quello che hai voluto a tutti i costi donarmi.
Ora me lo rigiro tra le dita ripensando ai momenti trascorsi insieme, in un sorriso a denti stretti. Le tue labbra che disegnano perfettamente il contorno del mio orecchio, mentre leggo quelle parole per me che hai scritto di getto sul treno.
Non ti aspettavo, ma sei venuto. Non ti aspettavo, ma la tua espressione stravolta mi ha sorpreso. Su quel portone. Un taxi e la tua camicia. Un taxi e le lacrime che spingevano dietro i miei occhi per venir fuori e bagnare quella camicia.
Tenerti per mano nell’aria gelata, perché tu hai voglia di passeggiare. E io più di te, se mi sorridi in quel modo. Tenerti per mano quando è buio, quando proteggi entrambi dalla pioggia. Tenerti per mano nonostante tutto.
La sveglia sul tuo cellulare. Mi piace riaddormentarmi nel sentirti poggiare la guancia arrendevole sulla mia spalla. Sentire che anche tu non vorresti alzarti, non a quell’ora. Non per quel treno. Non per portarti in quella stazione e vederti partire dopo il caffellatte, con quella tua solita espressione imbronciata.
I tuoi abbracci sono farfalle ritagliate nella seta rossa.  E’ questo che ti dicono le mie labbra silenziose mentre le porte di quel treno si illudono di separarci.

Perché il Sette mi piace di più

1) Se potessi cambiare una cosa, cosa cambieresti? Vorrei che certe cose accadessero con uno sforzo minore da parte mia. A volte devo faticare più del dovuto per far accadere cose che dovrebbero essere scontate, o comunque non tirare giù il mondo per una cosa che dovrebbe realizzarsi perché è giusto che sia così. Ecco, cambierei questo meccanismo dell’universo, che per qualche motivo si accanisce
2) Se tu potessi ripetere un’età quale sarebbe? Qualsiasi età. Anche dall’inizio, tanto so che sarebbe tutto di gran lunga differente
3) Cosa è una cosa che ti spaventa davvero? Non veder cambiare alcune cose
4) Qual è un sogno che tu non hai completato, e pensi di non essere in grado di completare? La musica
5) Se potessi essere qualcun altro per un giorno, chi vorresti essere? Alice:D

Ecco i miei 7 blog. Scusate il ritardo, vi voglio bene,

Angel Cage
Fuochi Anarchici
Biancaneve Suicida
Il Nemico Utile
EmmaVittoria
CometaInstabile
NodiArsiSottoLaPelle

Questo sarebbe il momento giusto

Sono avvolto tra le coperte e mi stringo al petto il tuo peluche. In queste ore ne sono morbosamente attratto. I suoi morbidi prolungamenti si insinuano tra il mio mento e il cuscino. Socchiudo gli occhi e vedo te, il tavolo della tua cucina.
Vedo te un anno fa. Io che ti rincorro tra la folla e tengo il tuo passo, con la paura di perderti. McDonald’s in fondo alla strada. Mi piacerebbe prenderti per mano, ma mi accontento di scorgere il tuo viso tra tanti altri, che cercano di nasconderti.

Venezia, oggi. Il freddo sulle labbra. Due cartoline e mille ponti. L’impazienza di aprire i regali. Quella busta rossa solo per me. Non ho fame, ma ho voglia di guardarti mentre tagli la pizza. Mi si è chiuso lo stomaco, ma ho voglia di sentire che mi tiri la manica per cercare un bar dove prendere il nostro caffè. Ho voglia di sentire il pizzicotto sul braccio, dalle tue dita strette sul tessuto nero della mia giacca. Ho voglia di vedere il tuo naso schiacciato sulle vetrine dei negozi di souvenir. Immobilizzarmi su quelle creazioni in vetro e sentire il cuore pulsare nella punta delle dita ogni volta che vedo le tue labbra ricamare lentamente un “ti piace questo?”.
Mi piace questo. Mi piace quando leggi i miei occhi. E lasci che io legga le tue labbra.
Mi piace balzare fuori dai negozi e avvinghiarmi al tuo braccio. Perché è naturale farlo. Perché è naturale che ogni cosa mi accenda i desideri e mi porti a fantasticare su possibili epiloghi. Mi piace che la cartina abbia abitato per metà la tasca posteriore dei miei jeans e per l’altra metà un angolino nella tua borsa. Ti guido io, perché conosco la strada. Ti guido io, finché le gambe non ci reggeranno più. Finché entreremo in una libreria e saremo troppo stanchi per prestare attenzione a quel titoli colorati che sfilano sugli scaffali.
Una foto al tramonto. Quella ragazza che sembra inglese non ha scattato, eppure mi sembrava di si. Ho stampato nella memoria il momento in cui è partito il flash. La mia foto è evidentemente più nitida della sua, quella che non ha mai scattato, credendo di si. Non importa, perché la fine di quel tramonto la ricorderò ugualmente. Perché ha accompagnato le tue belle labbra mentre intessevano, una dietro l’altra, parole impresse sul marmo liscio del mio animo. Questo sarebbe il momento giusto per darti il mio regalo, peccato averlo lasciato in camera. E poi sorridere. Come sorride l’acqua alle tue spalle. Calma e impaziente, come noi.

Mi rigiro tra le coperte e poggio la fronte sul tuo peluche. Vedo te e io che ti rincorro tra la folla, con la paura di perderti. McDonald’s in fondo alla strada. Mi piacerebbe prenderti per mano, e in un anno ho imparato a farlo. Perché è naturale balzare fuori dai negozi e avvinghiarmi al tuo braccio.

Ci sono foto che non si possono mostrare

Non corriamo. Ma già ti vedo alla stazione, fermo ad aspettarmi. Tra la gente, il tuo foulard rosso. Ma non corriamo, vedrai che accadrà. Qualcosa, prima o poi. Ma già ti vedo. Mi fai un cenno. E mi ritrovo ad osservarti mentre cammini a passo spedito verso il tuo scooter. Il tuo scooter. Non corriamo. E mi sento un coglione per aver detto una marea di stronzate. Mille problemi. Mille. Per poi ritrovarmi a stringermi a te sul tuo scooter.

Non possiamo farcela. Io non posso farcela. Ho paura di innamorarmi. Ho paura di innamorarmi e di non poter mai essere corrisposto come vorrei. No. Ho paura che tu ti innamori. E di non saperti corrispondere come vuoi. Ho provato a chiederti di noi, di cosa ne sarebbe stato. Ma tutto quello che ho ottenuto da me stesso è stato un gran desiderio di zittirti. E tutto quello che ho ottenuto da te è stato un timido accenno.

Non è così facile. Per te che non lo hai mai vissuto. E per me che non ci ho mai creduto.

Una serata. Il tuo sguardo non smette di camminarmi addosso. Il tuo corpo a contatto col mio diventa eloquente. Non sai cosa provi. Ma sai cosa vuoi. Non so se lo voglio. Ma so che non cerco altro. Ci sono foto che non si possono mostrare al mondo. Ci sono foto che forse non verranno mai fuori dal tuo cellulare. Ci sono cicatrici.

C’è una pizza ciascuno e la tua chitarra. Una pizza ed i miei piedi sulla tua pancia, mentre nella penombra della tua stanza suoni per me. Nessuno aveva mai scritto una canzone per me. La tua difficoltà nel trovare un testo alla tua musica. La tua difficoltà non necessaria, perché io non ho bisogno di parole, se non ci sono. Perché ho fatto della mia sordità la chiave per mondi che gli altri solo immaginano.

Ci sono foto che non verranno mai strappate. Perché non andranno ad aggiungersi a quelle che hai attaccato al muro della tua camera. Ci sono paure. Ci sei tu che cerci di sdrammatizzare. Ci sei tu che vuoi rendermi felice e non mi parli dell’inferno in fondo al tuo stomaco. Ci sei tu che ami un ragazzo e non gli stringerai mai le dita fuori da quella stanza.

Una pizza ciascuno. Risvegliarmi nel tuo letto. E l’universo nel mezzo. Il paradiso su lame di rasoio. Nel mezzo. Risvegliarmi nel tuo letto e sentirmi stretto dalle tue braccia. Sulla pancia e sul petto. Non mi lascerai andare prima di avermi avuto un’ultima volta, per poi andare a lavoro. Chiudo gli occhi, non voglio guardarti uscire. Non mi basta non sentirti. Non voglio neppure guardarti. E non vorrei sentire il tocco delle tue labbra sulla mia spalla scoperta.

Ci sono affetti non verbalizzati, neppure con la musica. Ci sono foto che posso appendere solo su muri privati. Come inferni personali. Come questa mia pagina lontana dal mondo.

Copriti quando esci, perché in motorino fa freddo.

Splinder, 17/1O/2011

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Ora però quelle foto sono lì, nella tua stanza. E nella mia. La guancia poggiata sulla tua spalla, mentre con la digitale immortalo quel momento in treno e fermo la tua espressione così come piace a me. Perché non è più un sogno avvinghiato al cuscino. Non è più un desiderio che si fonde con visioni notturne e sospiri celati dietro lenzuola calde. Di pezzi di vita che scorrono sulle pareti bianche della sola immaginazione. Ora la realtà preme dietro l’obiettivo. Di quella digitale che è diventata il tuo incubo più bello. Chi ha mai scattato tante foto? Come un bambino che conserva carte da gioco che recano striature colorate di pastelli a cera.
Grazie per il tuo sorriso su quella carta stampata. Grazie per quelle foto non più soltanto appese su muri privati.

La bici, l’amplificatore, le caramelle e una palla blu

Sono a cinque minuti da casa. Il cuore comincia a farsi sentire nel petto. Nelle dita, che stringono una valigia. Sono sudato. Alle mie spalle un uomo corteggia una donna. Lei cerca di sorridere, ma proprio non riesce a fingere. Lui le è troppo vicino, ha lo sguardo dei morsi della fame. Ha lo sguardo di chi freme per afferrare la preda. Esausto e con lo stomaco vuoto da giorni. Vani tentativi, resi ancor più vani da un bisogno sfrenato. Un bisogno che lei, spostandosi dal collo i lunghi capelli biondi, avverte nitido.
Una fermata prima della mia. Il treno non riparte, c’è un guasto, o qualcosa di simile. La gente borbotta fissando l’esterno. Io scendo. Tornerò a piedi, perché l’aria è fresca e le strade sono piene di luci. E voglio un caffè.
Voglio tornare a casa, voglio aprire quella porta, voglio vedere se il cancello davanti è come sempre aperto.
Le sbarre del passaggio mi separano dalla mia via. In questo momento vorrei che non ci fossero, perché ho voglia della mia casa. Ma allo stesso tempo vorrei che non si alzassero mai, perché so cosa proverò una volta dentro.
Mentre salgo quelle scale il rimbombo del cuore si fa più forte. Il corridoio, così come lo abbiamo lasciato, o quasi. Lo specchio è sul pavimento, il chiodo è schizzato via. Ma non ci sono pezzi da raccogliere: è rimasto lì, intatto, nella sua cornice. E’ rimasto lì, intatto, come quando ti specchiavi e mi facevi ridere con le tue buffe espressioni. Mi tremano le mani mentre apro la porta della mia stanza. Quella bottiglia d’acqua così come l’abbiamo lasciata. Fazzoletti. La tessera Mondadori. Il calendario che ha congelato il tempo. A malincuore mi poggio con le ginocchia sul letto, quel letto dalle lenzuola fresche in cui mi hai svegliato l’ultima volta. E aggiorno al mese corrente.
Disfo le valigie, solo perché non riesco ad andare sul balcone, lì dove abbiamo lasciato pezzi di anima. Disfo le valigie, solo perché so che di la sul divano ci sono ancora le ultime cose lavate, che non abbiamo più piegato per rimettere nei cassetti. Disfo le valigie perché ora, più delle altre volte, ho un nodo in gola, che mi impedisce di aprire il frigo e ricordare le volte in cui abbiamo cucinato insieme.

Quell’uomo in treno non è riuscito nel suo intento. Non è riuscito ad afferrare la preda. Ha provato fino all’ultimo ad attirarla, con pietosi ammiccamenti. Ma lei è scesa, stentando la cortesia di chi in verità ti prenderebbe solo a calci nei coglioni. Ho visto lei scendere dal treno e mettere fine a quella scena. E ho sorriso, poggiandomi al finestrino.

Io ora, invece, vorrei aspettare te per rimettere in ordine le cose lavate e lasciate a caso sul divano.